Cristiani in Medio Oriente: Aiuto alla Chiesa che Soffre torna a riaccendere una luce rossa sull'indifferenza

Cristiani in Medio Oriente: Aiuto alla Chiesa che Soffre torna a riaccendere una luce rossa sull'indifferenza

di Benedetta Frigerio
su «La nuova Bussola Quotidiana»

 

Questi cristiani “espiano la nostra indifferenza pusillanime e ci invitano ad uno slancio generoso. Seguiamo tale slancio, facciamo qualcosa!” È così che il cardinal Mauro Piacenza ha commentato il RedWednesday (Mercoledìrosso), l’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) per ricordare i cristiani perseguitati in Medio Oriente che ieri ha visto decine di chiese, cattedrali, scuole e addirittura il parlamento inglese illuminati di rosso sangue. Il presidente di Acs, Alessandro Monteduro, spiega alla Nuova BQ l’urgenza di non dimenticare: “Non solo per loro, ma per noi occidentali”.

Perché proprio questa iniziativa per ricordare quello che sta accadendo ai cristiani perseguitati?
Questa iniziativa non è uno spot singolo senza conseguenze pratiche, ma è da inquadrarsi in un contesto più ampio: il 29 aprile 2016 fu illuminata la fontana di Trevi a Roma, lo stesso accadde alla statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro, poi è stata la volta della basilica di Montmartre a Parigi. Ma non solo: Acs tiene continuamente desta l’attenzione sia promuovendo incontri nelle parrocchie e altre iniziative di informazione e diffusione di quanto sta accadendo da parte di testimoni diretti sia con azioni di aiuto concrete per la ricostruzione dei villaggi cristiani. 

“Non dimentichiamo che le cause che muoiono sono quelle per cui non si muore”, ha detto Piacenza parlando di questa iniziativa. Qual è la vostra causa?
Le iniziative che promuoviamo servono a far capire che la libertà religiosa è la madre di tutte le altre. Altrimenti anche l’Occidente, come già si vede dal tentativo di annientare ogni traccia del cristianesimo, ne risentirà. 

Ci spieghi come, visto che alla stanca Europa questo pare un problema altrui.
È miopia: non possiamo lamentarci se la pressione migratoria, che porta con sé il terrorismo islamico, è tale. Aiutare i cristiani a vivere in Medio Oriente significa anche frenare il terrorismo islamico in casa nostra, significa creare un cuscinetto diplomatico capace di dialogare con la comunità musulmana: i cristiani lo hanno fatto per decenni, anzi in tutta la loro storia in Medio Oriente. Per vincere l’Isis non basta aver scacciato i jihadisti da alcune città, dato che il loro obiettivo è la scomparsa del cristianesimo in quelle terre.

Perché allora avete deciso di potare questa iniziativa proprio in Gran Bretagna?
L’Occidente è tutto, o quasi del tutto, indifferente. Ma bisogna dire che il parlamento inglese coraggiosamente ha votato all’unanimità per definire “genocidio” lo sterminio dei cristiani in Iraq e Siria, quando invece paesi con ben altra storia di fede non hanno avuto il medesimo coraggio: se lo immagina il nostro parlamento illuminato?

Perché manca questo coraggio?
L’Occidente non ha avuto il coraggio di prevenire il genocidio quando poteva, né di definirlo tale dopo che si era verificato, come dimostrano decine di fosse comuni ritrovate anche recentemente, perché è vittima del politicamente corretto e della realpolitik: chiamare le cose con il loro nome potrebbe dare fastidio a qualche alleato confinante con quei paesi. È conclamato che le cellule fondamentaliste hanno usato le armi occidentali vendute all’Arabia Saudita.

Di che cosa hanno più bisogno i cristiani mediorientali?
Che non li dimentichiamo. Si sentono abbandonati da noi e dall’Occidente politico che ha sempre altri interessi, sopratutto economici da mettere davanti alla difesa della vita e della sua identità. Hanno poi bisogno di ricominciare a vivere nei loro paesi ma non sono in condizioni di farlo. Perciò stiamo raccogliendo fondi e provando a lavorare con i governi internazionali per ricostruire i loro villaggi. La Piana di Ninive è emblematica in questo senso: decine di migliaia di cristiani vogliono tornare a Damasco, Mosul, Macula... ma per farlo serve almeno un sistema sanitario minimo e un sistema scolastico. 

Si dice che il martirio di questi fratelli possa fortificare la nostra fede. Come mai?
Loro muoiono per Cristo mentre noi fatichiamo a difendere un crocifisso sulla parte. La Chiesa mediorientale è una chiesa martire non da due anni ma da sempre. Gente comune e sacerdoti sono stati uccisi con la pace nel cuore per difendere una chiesa o uno spazio sacro. Si pensi a Padre Ragheed ucciso dagli islamisti il 2 giugno 2007: “Ti avevamo detto di chiuderla (una chiesa, ndr)”, gli dissero i suoi assassini. Ma lui rispose: “Chi sono io per chiuderle la casa del Signore?”. Perciò fu ucciso. Ma tutto questo viene vissuto da loro con naturalezza: come descritto e annunciato da Cristo ai suoi discepoli nel Vangelo. Se mai quello che loro faticano a comprendere è come noi cristiani d'Occidente viviamo a prescindere dal Vangelo e con tanta paura, vergogna e mollezza la nostra fede.

Cosa intende di preciso?
Quando noi occidentali cristiani traslochiamo ciò che conta è sapere se l’antenna parabolica per la tv funziona. Loro in ogni container o appartamento in cui trovano rifugio sono innanzitutto preoccupati di porre una grossa Croce, alta metri, fuori di casa affinché la vedano tutti. Quella croce che, appunto, noi accettiamo di far togliere dalle pareti senza lottare perché tanto non è quella la cosa importante. Non solo, perché in tutte le strutture, a volte grandi anche solo 18 metri quadrati, dove magari vivono 6/8 persone, ci sono sempre esposti una Bibbia e un Crocifisso. Così questi fratelli ci scuotono e ci fanno comprendere che cosa sia la fede e che dignità possa dare all'uomo.

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