Mamma surrogata vuole tenere il figlio, coppia gay lo rivendica, i giudici mediano. E il bambino?

Mamma surrogata vuole tenere il figlio, coppia gay lo rivendica, i giudici mediano. E il bambino?

di Niccolò Magnan

da Il Sussidiario

 

Utero in affitto, mamme surrogate e coppie gay: la fiera dei “diritti” prêt-à-porter sbarca ancora in Regno Unito e presenta una storia dai contorni assurdi e dalle conseguenze ancora del tutto imprevedibili. L’antefatto è semplice: una coppia gay inglese prende accordi con una donna perché tenga il “loro” bimbo nell’utero per i 9 mesi canonici in modo da avere finalmente un figlio atteso da anni. La donna accetta pur non avendo alcun legame biologico con il piccolo (la donatrice di ovulo infatti è esterna) e decide di portare avanti la gravidanza. C’è un però: qualche giorno prima del parto qualcosa scatta in lei e dopo una serie infinita di dubbi prende una decisione non prevista. Scrive una lettera alla coppia omosessuale e dice loro di voler tenersi il nascituro e di non voler più “ridarlo” ai futuri genitori: a quel punto, dopo la nascita, la coppia gay impugna la lettera e si rivolge al tribunale che si ritrova una “patata bollente” tra le mani. Siccome in Gran Bretagna l’utero in affitto (per essere super corretti, gestazione per altri) non è riconosciuto e previsto dalle legge, i giudici riconoscono il diritto alla coppia gay di poter crescere il bambino ma, siccome la donna e il suo marito sono di fatto i genitori legali del piccolo, hanno comunque il diritto di vedere il bambino sei volte all’anno.

IL “PASTICCIO” DELLA LEGGE
Quando si dice che la legge pretende di spiegare la realtà meglio della realtà succede quanto visto in Gran Bretagna in questi giorni: la storia raccontata qui sopra è frutto di un articolo dell’Indipendent in cui vengono presentati i fatti assai stravaganti della storia “surrogata”, per i tanti cortocircuiti presenti in essa. Una madre surrogata in tutto e per tutto - l’ovulo non è il suo - rivendica di essere la madre “naturale”; una coppia gay che andando contro la natura impongono di voler un figlio a tutti i costi e utilizzano la pratica dell’utero in affitto; dei giudici che “inventano” una sentenza quasi arrampicandosi sugli specchi della legislazione e sulle contraddizioni della giustizia inglese; e infine un figlio che ancora deve imparare a dire “mamma” e “papà” e si ritrova vittima di un cortocircuito pazzesco in cui gay, giudici, genitori “legali” e mamma “naturale” si mischiano in una vicenda da sit-com.

Un pasticcio unico che nasce da un punto legale importante: in Inghilterra la pratica dell’utero in affitto non è illegale (come lo è invece in Italia) ma è possibile affittare un utero solo per motivi altruistici, cioè per aiutare amici o parenti e alla mamma surrogata non viene corrisposto denaro, solo un rimborso per le spese. Ed è così che per motivi “altruistici” l’unico “altro” che non viene preso in considerazione è il vero protagonista della storia (e anche l’unico innocente), il bimbo.

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